Economia

Economia 16 Ottobre 2019

Lavori in corso per la nuova ala della Fondazione Iret che ospiterà la stampa 3D dei biotessuti

La Fondazione Iret ha sede in uno stabile basso e chiaro, con porta e finestre rosse. Da inizio settembre ai colori di sfondo si è aggiunto l’arancio della rete a protezione del cantiere in corso sul retro dell’immobile e dove sorgerà una nuova ala di circa 200 metri quadri, che andrà ad aggiungersi alla struttura esistente, dalla superficie di circa 550 metri quadri. «Per garantire la sua competitività sul piano nazionale e internazionale – spiega la presidente, Luciana Giardino – la Fondazione Iret ha messo a punto un piano di sviluppo a cinque anni, il cui obiettivo è aumentare il potenziale di ricerca e di presidio delle tecnologie emergenti, potenziando al tempo stesso la capacità di dialogare con le imprese, anche attraverso il suo ruolo di soggetto gestore del Tecnopolo di Bologna, intitolato tre anni or sono al premio Nobel Rita Levi Montalcini. Quanto siamo riusciti a fare finora e questo ulteriore salto in avanti sono la conferma che il modello virtuoso ed economicamente sostenibile che Iret persegue tenacemente dalla sua fondazione non solo si è dimostrato adeguato, ma è in grado di crescere. Unendo le energie positive del pubblico, del privato aziendale, del privato no profit e delle associazioni di pazienti possiamo perseguire obiettivi di ampio respiro con ricadute certe per tutto il sistema».

Nella nuova ala troveranno posto la biblioteca, quattro uffici, verrà trasferito dalla struttura attuale il laboratorio di microscopia. Saranno inoltre realizzati due laboratori per la ricerca industriale, uno dei quali dedicato alla stampa 3D. Nuovi spazi che consentiranno di potenziare la ricerca in corso sulle cellule staminali e che agevoleranno lo sviluppo di start up innovative nel campo delle Scienze della vita. I lavori, partiti a inizio settembre, dovrebbero essere ultimati entro marzo. Il progetto tecnico è curato in forma solidale dall’ingegnere Luca Rossi e dall’architetto Flavio Gardini, dello studio bolognese Nobo. Tra le imprese coinvolte, anche l’imolese Lacky Impianti elettrici e Dm Costruzioni di Toscanella. L’importo dell’intervento è di circa 350 mila euro, finanziato al 60% dalla Regione Emilia Romagna.

«E’ la prima volta che la Regione ci co-finanzia lavori strutturali. Ma – tengono a precisare – ci stiamo attivando anche per cercare partner sul territorio disponibili a sostenere il progetto, totalmente no profit». Tra i primi a rispondere all’appello è stato il gruppo Italcer, di cui fa parte l’azienda ceramica La Fabbrica di Castel Bolognese, tra le imprese acquisite dal Fondo di investimento Mandarin Capital partners II, legato all’economista imolese Alberto Forchielli. Italcer ha infatti deciso di donare l’intera pavimentazione della nuova struttura. (lo.mi.)

Lavori in corso per la nuova ala della Fondazione Iret che ospiterà la stampa 3D dei biotessuti
Economia 16 Ottobre 2019

Visita alla Fondazione Iret di Ozzano Emilia, dove si fa ricerca sulle malattie neurodegenerative

La Fondazione Iret è uno dei centri di eccellenza che lo scorso 27 settembre, in occasione dell’evento «Emilia-Romagna Open» e della «Notte europea dei ricercatori», ha aperto le porte al pubblico. Non ci siamo lasciati scappare questa opportunità e ci siamo uniti al piccolo gruppo di visitatori, composto per lo più da studentesse universitarie e accolto in modo caloroso negli spazi di via Tolara di Sopra. A fare gli onori di casa è stata la direttrice scientifica della Fondazione, Laura Calzà, che ha spiegato in modo chiaro di che cosa si occupa l’ente no profit, voluto dieci anni or sono da lei e dalla collega Luciana Giardino, oggi presidente della Fondazione, facendo poi seguire la visita ai laboratori. Infine, ha risposto alle nostre domande.

Dottoressa, ci può fare qualche esempio dei risultati raggiunti dalle vostre ricerche?
«Per quanto riguarda la demenza di Alzheimer, abbiamo lavorato sulla fase pre-clinica, dimostrando una vulnerabilità legata al metabolismo energetico del sistema nervoso, che compare ben prima delle placche tipiche dell’Alzheimer. La nostra ricerca ha evidenziato che esiste una sofferenza metabolica che provoca difficoltà nelle risposte, ancor prima che si depositino tali placche. Sul tema dell’alterazione del linguaggio tipica nei malati di Alzheimer, in collaborazione con i colleghi del dipartimento di Filologia classica e Italianistica dell’Università di Bologna, abbiamo provato a usare metodiche nuove di analisi del linguaggio per una diagnosi il più precoce possibile. Si tratta di linguistica computazionale applicata al linguaggio spontaneo: non quello, per intenderci, legato alla visita in ambulatorio, dove il paziente tende ad esprimersi in una situazione di ansia, ma applicata al parlato registrato in contesto naturale. L’analisi computerizzata è in grado di cogliere segni più precoci di alterazione linguistica. Intonazione, pause, enfasi e musicalità risultano in effetti alterati, ancor prima della perdita della parola stessa».

Se ci si volesse sottoporre a questo tipo di test a chi ci si può rivolgere?
«Lo sconsiglio caldamente: il metodo, anche se già ripreso da altri laboratori (l’ultimo in ordine di tempo, un gruppo cinese) deve essere ulteriormente validato. Ma esistono anche altre ragioni. Faccio un paragone estremo: genitori portatori di una malattia genetica effettuano il test per sapere in anticipo se il loro bimbo sarà malato. Siamo sicuri di volere una diagnosi quando non abbiamo ancora una terapia per quella malattia? Si tratta di novità e procedure che devono essere inquadrate in un contesto preciso. Da una parte c’è l’esigenza di ricerca: potremo sviluppare una terapia per rallentare la demenza se avremo gli strumenti per identificare la malattia prima che sia manifesta. In altri termini: dovremmo avere gli strumenti per dire a una persona se è a maggior rischio. Negli Usa si fa senza problemi, così come nei Paesi del nord Europa. In Italia è un tema ancora difficile da affrontare edè una questione puramente culturale:da noi si fa ancora fatica a dire a un familiare che ha un tumore, anche se il tumore può essere affrontato, figuriamoci se si tratta di una malattia per cui non esiste ancora una cura. Abbiamo quindi anche un problema culturale, legato alla paura che alcune malattie inducono».

La Fondazione Iret lavora su molteplici fronti e collabora anche con il Montecatone rehabilitation institute. Di che cosa vi siete occupati di recente?
«Oltre alle lesioni acute e alle malattie degenerative croniche del sistema nervoso, qui studiamo le lesioni traumatiche del cervello e del midollo spinale. Per quanto riguarda Montecatone, un progettopre-clinico ha riguardato la possibilità di cercare di prevenire o ridurre gli effetti delle lesioni contusive del midollo spinale, e abbiamo brevettato una miscela di farmaci che, da un punto di vista sperimentale, è efficace per limitare i danni. Lesioni di questo tipo danno infatti il via ad altri fenomeni molecolari che nel giro di giorni, settimane e mesi si estendono. A questo fenomeno sono ascrivibili due complicanze sfortunatamente abbastanza comuni: il dolore e le contrazioni agli arti paralizzati. Dovremmo convincere il neurochirurgo che è opportuno intervenire in fase acuta, anche se ci scontreremo probabilmente con i dettami della medicina difensiva (per diminuire la possibilità che si verifichino esiti negativi per il paziente in seguito all’intervento sanitario)». (lo.mi.)

L”intervista completa è su «sabato sera» del 10 ottobre

Nella foto la sede della Fondazione Iret

Visita alla Fondazione Iret di Ozzano Emilia, dove si fa ricerca sulle malattie neurodegenerative
Economia 11 Ottobre 2019

Trattativa con i francesi di Ncs per la vendita della Cogne, sindacati in agitazione, la proprietà: «Mercato in crisi»

Trattativa in corso tra Cogne macchine tessili e i francesi del gruppo Nsc per la cessione dell’azienda imolese del meccanotessile. La notizia ha il sapore di un déjà vu, dato che Nsc è già stata partner della storica Cognetex all’interno della società Euroschor, costituita durante la gestione della famiglia Orlandi. La novità ha cominciato a circolare dopo che il gruppo transalpino ha ufficializzato sul proprio sito internet l’esistenza di un accordo, firmato il 27 settembre con la proprietà dell’impresa imolese, per l’acquisizione di tutte le quote societarie entro il 30 novembre, «previa realizzazione di alcune condizioni sospensive».

Un fulmine a ciel sereno per i sindacati, che hanno subito chiesto chiarimenti alla proprietà. «Nel pomeriggio di venerdì 4 ottobre- si legge nella nota inviata alla stampa il giorno seguente – si è svolto l’incontro urgente chiesto da Fim, Fiom, Uilm territoriali, insieme alle Rsu, con la direzione di Cogne macchine tessili, in merito alle notizie apprese, non dalla società, ma dal sito web del gruppo francese Nsc riguardanti l’acquisizione dell’intero pacchetto azionario di Cogne. Subito dopo l’incontro, Fim, Fiom e Uilm hanno informato in assemblea i 27 lavoratori e lavoratrici della Cogne, fortemente preoccupati per il futuro e la tenuta occupazionale del sito produttivo di Imola, anche perché l’azienda si era impegnata con gli stessi lavoratori e rappresentanti sindacali a comunicare preventivamente eventuali cambiamenti. Impegno evidentemente disatteso». E accusano: «Questo accordo con Nsc annulla e rinnegale dure lotte dei lavoratori Cogne,dal 2000 al 2014,  per riportare interra imolese gli storici marchimeccanotessili». I sindacati hanno quindi chiesto alla Città metropolitana la convocazione di un tavolo di crisi «per la salvaguardia del patrimonio produttivo ed occupazionale», occasione in cui vogliono incontrare anche i francesi di Nsc. In quella sede, chiederanno conto «del piano industriale predisposto per il sito di Imola, auspicando una soluzione che metta al centro la continuità produttiva e la salvaguardia dei posti di lavoro».

Dal canto suo il presidente di Cogne macchine tessili, Manlio Nobili, si dice «molto amareggiato» e accetta di spiegarci le motivazioni alla base di questa non facile scelta, dopo tutte le difficoltà superate per aggiudicarsi il ramo di azienda nel 2014, creando una cordata di imprese e privati (Curti, Elettrotecnica Imolese, lo stesso Nobili e Roberto Aponi), e per rilanciare un’impresa ormai morta. «E’ da un anno e mezzo che non vendiamo una macchina – ci dice senza giri di parole -, le ultime due sono state consegnate in Cina a gennaio, a partire da ordini risalenti agli ultimi mesi del 2017. Il mercato mondiale delle macchine per la lana e l’acrilico è in crisi e questo va a colpire sia i Paesi produttori di questo tipo di fibre così come delle macchine per lavorarle. Il 90 percento dei nostri clienti è in Cina e Iran. L’Iran è sotto embargo, mentre tutta la Cina, dove ci sarebbero dei progetti interessanti, è ferma perché sta pensando a come andrà a finire la guerra dei dazi. Con che cosa sopravviviamo? Con i ricambi per le nostre macchine e facendo conto terzi, ma non può essere che una azienda con una certa dimensione possa vivere facendo soltanto conto terzi, che da noi impegna circa 5 o 6 persone su untotale di poco meno di 30 addetti». (lo.mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 10 ottobre

Nella foto il nuovo filatoio messo a punto dalla Cogne macchine tessili

Trattativa con i francesi di Ncs per la vendita della Cogne, sindacati in agitazione, la proprietà: «Mercato in crisi»
Economia 9 Ottobre 2019

Prende piede la coltivazione del sorgo, cereale tra i più diffusi al mondo e importante per il futuro

Ha arricchito i nostri campi di un colore marroncino grazie al suo pennacchio, almeno fino alla fine di agosto, e adesso si sta preparando per arricchire gli alimenti destinati ai nostri animali ma anche i piatti preparati nelle nostre cucine. Stiamo parlando del sorgo, un cereale molto antico, molto versatile e senza glutine, quindi adatto all’alimentazione dei celiaci. E proprio perché indicato per chi ha problemi di intolleranza, in questi ultimi anni sta avendo un grande successo tra i consumatori. E’ un prodotto che ha tanto da raccontare, a cominciare dal successo nella sua produzione perché è il quinto cereale per importanza al mondo dopo grano, riso, mais, orzo. Anche perché, oltre che per l’alimentazione umana, la pianta è utilizzata per la produzione di foraggi, per l’estrazione di etanolo e come bio-carburante.

L’Emilia Romagna è la regione che si colloca al vertice della piramide produttiva nazionale, seguita da Toscana, Marche e Umbria. Nel 2018 nella nostra regione, secondo gli ultimi dati Istat, il sorgo è stato coltivato su una superficie di 22.712 ettari, raggiungendo una produzione di 206.931 tonnellate, facendo segnare un incremento del 27,7% rispetto al 2017. Buoni i risultati anche per la provincia di Bologna. Nel 2018, infatti, qui sono state prodotte 79.076 tonnellate di sorgo, un aumento di 19.910 tonnellate rispetto all’anno precedente, anche se è in contrazione la superficie occupata. «Se di sorgo attualmente si sta parlando con sempre maggiore insistenza – dichiara Alessandra Sommovigo del Crea, tra i più importanti enti italiani di ricerca agroalimentare- è perché si tratta di una coltura che risponde agli input richiesti e determinati dalle conseguenze dei cambiamenti climatici».

Ma aggiungiamo il parere di due agricoltori che, proprio quest’anno, hanno deciso di dedicare al sorgo spazio e tempo, ma con diverso risultato. Stefano Quartieri di Medicina ne ha piantato due ettari ed è contentissimo. «E’ la prima volta che lo metto – precisa Quartieri-. Mi sono deciso perché la mia clientela me lo chiedeva continuamente. Quest’anno ne ho raccolto circa 70-80 quintali per ettaro. E’ piovuto molto e il sorgo ne ha beneficiato». Molti lo stanno chiedendo, ma altri sono ancora scettici. «Vent’anni fa avevo piantato sorgo, poi ho messo della vigna -racconta Massimo Cané, dell’azienda agricola Costa di Rosa -. In uno dei migliori anni raccolsi 92 quintali per ettaro, ma fu un’eccezione. Ora ho tolto dellavigna e ho messo di nuovo questo cereale, sia per un cambiamento nella direzione aziendale, sia perché non vuole acqua. Ne ho piantato undici ettari nelle colline di Castel San Pietro, nella zona di Gallo Bolognese, e se ne raccolgo almeno 50 quintali per ettaro sono contento. Da noi in collina questa coltura non va bene». (ale.gio.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 3 ottobre

Nelle foto da sinistra Stefano Quartieri di Medicina e Massimo Canè di Gallo Bolognese

Prende piede la coltivazione del sorgo, cereale tra i più diffusi al mondo e importante per il futuro
Economia 2 Ottobre 2019

Il consorzio Astra lancia un nuovo servizio e porta la raccolta differenziata dei rifiuti nei cantieri

«Cantiere pulito» è la nuova opportunità che il consorzio di servizi ambientali Astra, da vent’anni specializzato anche ne ltrasporto e smaltimento rifiuti così come nella gestione di impianti di recupero, offre da ottobre ai cantieri edili. «Con questo servizio – spiega il direttore di Astra, Boris Pesci  -ci focalizziamo sulle tipologie di materiali che nessuno vuole, né nei semplici impianti di recupero macerie né all’isola ecologica, cioè rifiuti misti da cantiere edile (plastica, legno, cartone, polistirolo e vetroresina), cartongesso, lana di vetro e di roccia, guaina bituminosa. Noi riusciamo a recuperare questi rifiuti presso i nostri impianti, a parte la lana di vetro o di roccia e la guaina bituminosa, che rientrano nella tipologia dei rifiuti pericolosi e che inviamo a smaltimento prevalentemente in Germania».

I restanti materiali, una volta trattati, possono essere avviati a una seconda vita. «Il misto di cantiere lo recuperiamo all’80-90 per cento- dettaglia Pesci -, il cartongesso al 95 per cento. Rispetto all’analogo servizio che proponevamo qualche anno fa, la novità è che abbiamo sviluppato la logistica e possiamo quindi fare dei prezzi più competitivi». Cantiere pulito prevede la consegna al cliente di sacconi omologati (big bags) che vengono poi ritirati direttamente dal cantiere con camion gru e portati negli impianti autorizzati allo stoccaggio e al recupero dei consorziati Astra. Sul nostro territorio, ad esempio,si tratta di Recter, che a Imola ha impianti in via Lughese e Laguna, Remaind di Mordano ed Ecoser di Castenaso, ma con un impianto di stoccaggio anche a Riolo.  (lo.mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 26 settembre

Nella foto Boris Pesci e Remo Camurani, direttore e presidente di Astra

Il consorzio Astra lancia un nuovo servizio e porta la raccolta differenziata dei rifiuti nei cantieri
Economia 2 Ottobre 2019

Dove vanno i rifiuti prodotti dalle aziende? Facciamo il punto con il direttore del Consorzio Astra di Faenza

Ridurre e differenziare i rifiuti è ormai questione di sopravvivenza e tutti siamo chiamati a fare la nostra parte. Ma cosa accade quando i rifiuti che sono stati più o meno scrupolosamente raccolti proseguono il loro viaggio dal cassonetto in poi? Qual è la loro effettiva destinazione finale? I meccanismi di smaltimento e recupero sono gestiti fino in fondo? E come? A questo proposito lo scorso anno il consorzio Astra, che riunisce 32 imprese attive nel settore dei servizi ambientali da Reggio Emilia a Rimini (tra cui le imolesi Cuti-Consai, Car, Zini Elio, la mordanese Remaind, le castellane Trascoop e Marchesini), aveva lanciato un preoccupante allarme: non si sa più dove collocare i rifiuti prodotti dalle aziende, che rappresentano i tre quarti del totale di rifiuti generati ogni anno in Italia. Gli impianti che gestiscono i rifiuti non recuperabili sono ormai saturi. Abbiamo chiesto al direttore del consorzio, Boris Pesci, di aggiornarci in proposito.

A un anno di distanza, è cambiato qualcosa?
«Ci sono ancora difficoltà nello smaltimento finale. Come consorzio ci siamo dati da fare per acquisire nuovi impianti finali di smaltimento nelle Marche e a Sogliano (Forlì-Cesena), per cui, mentre un anno fa eravamo molto in difficoltà, oggi possiamo dare una risposta più ampia ai nostri clienti. Ma il problema resta. Alla fine dell’anno prevediamo addirittura un peggioramento, perché a Castel Maggiore chiuderà l’unica discarica che abbiamo in Emilia Romagna per rifiuti pericolosi. Mancano anche impianti di destinazione finale per quegli inerti che non trovano sbocchi sul mercato, anche perché la crisi dell’edilizia è ancora tangibile: non si fanno più le grandi opere infrastrutturali, tipo la quarta corsia dell’A14 di cui si parla tutti gli anni, ma poi non si sa quando si farà. Se prima della crisi negli impianti di recupero entrava 100 e usciva 100, oggi entra il 50 ed esce il 30. Ciò che rimane si accumula e bisogna portarlo da qualche parte. In Emilia Romagna mancano anche gli impianti di destino finale degli inerti, dove poter collocare, ad esempio, il semplice terreno vagliato. Dove portiamo questo materiale se il mercato non lo vuole? Se poi ci riferiamo a tipologie di rifiuti più particolari, come i rifiuti industriali pericolosi, siamo in crisi totale, perché gli inceneritori dell’Emilia Romagna non riescono a smaltire tutto ciò che l’industria regionale produce».

E quindi dove vanno a finire questi rifiuti… rifiutati?
«Li mandiamo negli inceneritori della Lombardia e, soprattutto, in Germania. Anche il cemento amianto, l’«eternit», finisce prevalentemente in Germania. Questo materiale, in realtà, necessita di uno smaltimento molto semplice, dato che alla fine viene solo depositato in discarica e coperto di terra. Ma in Italia è un problema fare una discarica di cemento-amianto, che io chiamerei “stoccaggio definitivo”, dato che questo materiale non ha cicli di recupero e che la parola “discarica” dà fastidio».

In passato la Cina riusciva a incamerare molti rifiuti, prodotti anche dall’Italia. Ora qual è la situazione?
«Negli ultimi vent’anni in Italia abbiamo detto che recuperavamo la plastica, ma in realtà l’abbiamo portata quasi tutta in Cina. Per cui, quando dal 1° gennaio 2018 la Cina ha tagliato le importazioni dall’Europa di plastica e carta, c’è stato un tracollo. Se prima usciva 100, oggi la quota di rifiuti che va in Cina è pari a 5. E si tratta di materiale di qualità molto buona, che non è certo quella delle differenziate. Di quel 95 per cento che la Cina non prende più non sappiamo cosa farcene, perché non ci sono impianti di recupero a sufficienza né c’è domanda di plastica riciclata, proveniente sia dai rifiuti urbani domestici sia dal comparto produttivo della filiera italiana, che da solo produce il 75 per cento del totale. Per la carta, fortunatamente, le cartiere italiane danno ancora una buona risposta, anche se il prezzo è crollato e quindi gli impianti di recupero sono comunque in difficoltà». (lo.mi.)

L”intervista completa è su «sabato sera» del 26 settembre

Nella foto uno degli impianti di stoccaggio di Astra

Dove vanno i rifiuti prodotti dalle aziende? Facciamo il punto con il direttore del Consorzio Astra di Faenza
Economia 1 Ottobre 2019

La Cavim a tutto campo per migliorare la qualità di uve e vini con accordi e nuove collaborazioni

In casa Cavim, quella del 2019 sarà la seconda vendemmia del nuovo corso. Una sorta di lavoro di «normalizzazione» – come la definisce il presidente Maurizio Baldisserri- dopo il rinnovo dei vertici della cooperativa di via Correcchio con l’assemblea del gennaio 2018, che ha visto un nuovo Consiglio di amministrazione, un nuovo presidente e l’arrivo del nuovo direttore Matteo Vingione. «Dopo la buona quantità nel 2018, con 230 mila quintali conferiti in cantina, per il 2019 puntiamo a superare i 260 mila quintali lavorati, nonostante il calo generalizzato della produzione, grazie a due accordi messia punto negli ultimi dodici mesi», spiega il presidente Baldisserri, che parla di «un’ottima qualità».

Il primo è il contratto poliennale, siglato nel novembre 2018, con la cantina Nuova Silv di Lanuvio (Roma), che ha previsto una serie di investimenti per lavorare le uve locali nelle condizioni migliori, con la gestione diretta da parte della Cavim dello stabilimento. «Abbiamo anche ampliato la base sociale nel Lazio, con l’ingresso di 30 nuove aziende, situate in gran parte sui colli vicino a Roma, per poter vinificare le doc “Roma” e “Colli Romani” – aggiunge il presidente della Cantina viticoltori imolesi -. Il nostro obiettivo è migliorare la qualità delle uve e dei vini, per poter dare liquidazioni soddisfacenti ai soci, nel Lazio come ad Imola». Non a caso, nell’imolese la Cavim ha avviato un percorso di valorizzazione delle produzioni, coinvolgendo i circa 80 viticoltori di collina associati (sui 420 totali, di cui oltre una settantina nel Lazio), per avere standard elevati ed uniformi per i produttori, nelle diverse fasi di vita dell’uva, fino alla trasformazione. «Perché sono numerosi gli imbottigliatori che vengono in cantina da noi, alla ricerca di vini di qualità, e sono disposti a pagarla bene», spiega Baldisserri.

La stessa Cavim, in questi ultimi mesi, ha creato una linea Viticoltori imolesi che propone i propri vini di alta qualità, dal sangiovese superiore Mora di Serrafelina, anche nella variante riserva, all’albana Docg Ora d’Oro, al nuovo pignoletto Lutio. «Tutti vini presenti nei nostri punti-vendita e che stiamo cercando di proporre sempre più anche nel territorio, dai bar per gli aperitivi, ai ristoranti». (r.cr.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 26 settembre

Nella foto la cantina “Nuova Silv” di Lanuzio, i cui produttori sono soci Cavim

La Cavim a tutto campo per migliorare la qualità di uve e vini con accordi e nuove collaborazioni
Economia 1 Ottobre 2019

Quantità ridotta ma l'uva è di ottima qualità: grandi attese dei produttori di vino per la vendemmia 2019

Partita con almeno una quindicina di giorni di ritardo rispetto al 2018, la vendemmia in corso si snoderà essenzialmente (uve precoci a parte) da metà settembre a ottobre inoltrato. Cioè coi tempi di una volta. Ed anche se i produttori sanno che i bilanci si fanno a vino imbottigliato, ci sono grandi aspettative per quella che si prospetta una gran bella vendemmia, con uve sane, qualità molto buona, a fronte (per qualcuno) di un calo produttivo rispetto allo scorso anno, che comunque era stato un anno di grazia.

«E’ ancora presto per fare bilanci – avverte David Navacchia, contitolare con il fratello Vittorio dell’azienda Tre Monti -. Le rese per ettaro sono in linea con lo scorso anno, il grado potenziale alcolico è più che buono, così come i dati chimici ed organolettici, eppure è ancora presto. Le fermentazioni, la fase più importante nella vita del vino, sono ancora in corso e tutto può succedere». Una cosa è sicura, ogni annata è diversa dall’altra, è una sfida.

Alla Cantina viticoltori imolesi la raccolta delle uve precoci è terminata, mentre è a pieno regime quella di pignoletto e merlot e si sta avviando quella del trebbiano. «Le prime partite denotano quantità del 20-30 per cento in meno rispetto allo scorso anno, che comunque fu molto abbondante – spiega il presidente Maurizio Baldisserri-. La qualità è ottima e, se la stagione ci aiuta, sarà un’annata da ricordare. I prezzi delle uve – aggiunge il presidente della Cavim – ogni giorno crescono di pari passo con la consapevolezza di una bassa produzione generalizzata». Le uve sono molto sane e la gradazione è buona, con il trebbiano che supera i 10,5 gradi.

Si respira fiducia anche all’azienda agricola Giovannini. Qui hanno cominciato la vendemmia a metà settembre, come si faceva un tempo, dopo un grande lavoro in vigna, da aprile fino ad agosto. «La qualità delle uve è bellissima e le aspettative sono ottime. Ora bisogna trarne il meglio in cantina – spiega Jacopo Giovannini -. Siamo contenti ed ottimisti, una gran bella annata». L’escursione termica fra il freddo della notte e la temperatura calda, ma non torrida, del giorno aiuta. Così le uve possono trarre i migliori profumi e in cantina arrivano a temperature non esagerate, come i 34 gradi dello scorso anno.

Una vendemmia di trent’annifa, da metà settembre a metà fine ottobre, con la raccolta delle uve precoci cominciata a fine agosto. E’ quanto conferma Ettore Tamburini, dell’azienda Poderi delle Rocche.«L’uva è molto sana e la buccia è grossa, quindi la qualità c’è tutta. Quella che non torna è la quantità, dal 20 al 30 percento in meno». La collina soffre per il secco, la poca acqua porta al calo dei chili per pianta, ma al contempo si concentra la gradazione, che partita non troppo elevata, col passare delle settimane ha raggiunto il giusto livello. (r.cr.)

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Nella foto la raccolta dell”uva in corso

Quantità ridotta ma l'uva è di ottima qualità: grandi attese dei produttori di vino per la vendemmia 2019
Economia 24 Settembre 2019

La Perla debutta in Borsa a Parigi, ma i licenziamenti di 126 lavoratrici sono ancora in sospeso

La crisi estiva di Governo ha avuto ripercussioni anche sulle imprese in crisi che attendevano risposte dal ministero dello Sviluppo economico (Mise). Tra queste, l’azienda di intimo La Perla, la cui proprietà in giugno aveva annunciato a sorpresa 126 esuberi, su un totale di circa 430 addetti della sede bolognese. Immediata la reazione delle lavoratrici e dei sindacati che si sono subito mobilitati, con scioperi e presidi davanti allo stabilimento produttivo di via Mattei, e con tavoli istituzionali a livello regionale e nazionale per cercare di avviare una trattativa con la proprietà, la società di investimento olandese Tennor Holding (ex Sapinda), controllata dal magnate tedesco Lars Windhorst. «Un tentativo di intesa sindacale si è concluso l’11 settembre – ci aggiorna Roberto Guarinoni, segretario generale della Filctem-Cgil di Bologna – e ora stiamo aspettando che il Mise convochi le parti per la conclusione della procedura. L’azienda si è dichiarata disponibile a verificare i costi di attivazione della cassa integrazione, possibile per casi di riorganizzazione complessa come questo, e a verificare la possibilità di un pacchetto di incentivi per chi decide di anticipare l’uscita».

A fine luglio, la proprietà aveva sospeso la procedura di licenziamento, senza però ritirarla. Licenziamenti che, in base ai tempi tecnici, diventerebbero effettivi dal 13 ottobre. «La crisi di Governo ha allungato i tempi – conferma Guarinoni -. L’incontro al Mise avrebbe dovuto tenersi entro il 13 settembre, ma è stato rinviato a data da destinarsi. Abbiamo però fatto tutte le sollecitazioni necessarie, affinché i tempi si stringano». Lo stato di agitazione, intanto, prosegue. «Dato che la procedura non è stata bloccata – aggiunge-, proseguiremo con gli scioperi. Le prossime otto ore sono già in programma per il giorno dell’incontro al Mise». Nel frattempo, il 6 settembre, La Perla ha debuttato sul mercato Euronext Growth della Borsa di Parigi, riservato alle piccole e medie imprese, con una capitalizzazione di 473 milioni di euro e un prezzo per azione di 4,50 euro, valore già in rialzo dopo le prime sedute. Stando alle dichiarazioni dell’amministratore delegato di Tennor Holding, Pascal Perrier, riportate nel comunicato stampa di Euronext «la quotazione aiuterà a  incrementare la visibilità e migliorerà l’accesso al capitale. Ciò dimostra anche la credibilità della nostra strategia di crescita, poiché lavoriamo per costruire investimenti commerciali nel settore del lusso». (lo.mi.)

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Nella foto il presidio delle lavoratrici davanti al Mise il 29 luglio scorso

La Perla debutta in Borsa a Parigi, ma i licenziamenti di 126 lavoratrici sono ancora in sospeso
Economia 24 Settembre 2019

Vespa cinese e muffa falcidiano la produzione di marroni, in allarme i castanicoltori della vallata

«La mano dell’uomo sta mettendo in serio pericolo la castanicoltura in quella parte della vallata del Santerno da più di 500 anni vocata a questo frutto del bosco». Renzo Panzacchi, presidente del Consorzio castanicoltori dell’Appennino bolognese, non nasconde tutta la sua preoccupazione. E ne ha ben donde. Da qualche anno i produttori castanicoli devono infatti fare i conti con un’ospite indesiderata: la vespa cinese, il cinipide galligeno (Dryocosmus kuriphilus) arrivato accidentalmente dalla Cina. Ma adesso c’è un nuovo nemico, inaspettato: l’uomo. «C’è la seria convinzione – spiega Panzacchi – che vi siano produttori che utilizzano prodotti chimici per debellare la vespa, ma così facendo causano gravi implicazioni di carattere ambientale, uccidendo anche molti altri insetti non dannosi e che, anzi, potrebbero essere antagonisti naturali del parassita, come il Torymus sinensis. Problema fin’ora circoscritto alla zona di Castel del Rio, ma che si sta espandendo anche a Selva di Tirli e Piancaldoli, tutte località comunque della vallata del Santerno».

Una situazione assurda e contraddittoria: i produttori prima pagano per far liberare nell’ambiente il Torymus (antagonista naturale del parassita fitofago venuto dalla Cina) e poi lo distruggono con l’insetticida. La conferma della mano dell’uomo dietro a quanto sta accadendo è deducibile osservando la presenza della vespa: massiccia solo nella zona coltivata a frutto mentre è irrisoria mano a mano che si sale nel bosco selvatico. Cioè, dove il Torymus, l’insetto antagonista, è vivo e vegeto e può riprodursi a danno della vespa, la popolazione di quest’ultima regredisce. Viceversa, dove il Torymus viene sterminato dal veleno o dalla distruzione di ramaglie, ricci e galle, che vengono bruciati anche se la legge lo vieta, la vespa cinese (già uscita dalle galle) spadroneggia. A questo problema va poi sommata la cattiva allegagione primaverile, ossia la mancata impollinazione da parte delle api per la troppa acqua caduta a maggio. E poi, come se non bastasse, preoccupa anche la diffusione della Gnomoniopsis disculapasco e, malattia fungina arrivata dall’Australia che ha già dato fastidio l’anno scorso facendo marcire i marroni. Una malattia subdola, che lavora all’interno del frutto e che non rende visibile niente all’esterno.  (ale.gio.)

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Nella foto Renzo Panzacchi, presidente del Consorzio castanicoltori dell”Appennino bolognese

Vespa cinese e muffa falcidiano la produzione di marroni, in allarme i castanicoltori della vallata

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