Verità vera o mediatica, Garlasco e altri «misteri»
Alessandro Garramone nuovo direttore del Mystfest di Cattolica
Alessandro Garramone, imolese classe 1972, dopo gli inizi nella carta stampata, si trasferisce a Roma e scopre anche il mondo dell’audiovisivo. Quest’anno è stato scelto per guidare la direzione del Mystfest, festival del giallo di Cattolica che si svolgerà dal 6 al 12 luglio.
Che effetto fa tornare a lavorare in Romagna?
«Qui sono cresciuto professionalmente, è un territorio che mi ha dato molto. Perciò sono entusiasta di dirigere il Mystfest, che apprezzo e che vanta una storia degna di attenzione».
«La Romagna mi ha dato tanto sul piano professionale, sono felice di tornare»
Purtroppo in Italia fare inchiesta è complicato e rischioso. Lei che difficoltà ha riscontrato?
«Premetto che credo che chi faccia inchiesta debba essere tutelato. Io ho avuto varie querele che però non sono mai arrivate a giudizio. Tuttavia quando si tratta di querele bisogna considerare che alcune hanno motivo di esistere. Ci sono invece esperimenti sui social che imitano la modalità del giornalismo investigativo e puntano all’indignazione facile del popolo del web. Ma fare inchiesta non è solo puntare una telecamera contro qualcuno, serve professionalità».
L’Italia è uno dei paesi con meno libertà di stampa in Europa. Da addetto ai lavori, ha mai intuito una controtendenza?
«Sposterei il focus della domanda dalla libertà di stampa al rapporto tra stampa e potere (istituzionale, e informativo). Tale rapporto dovrebbe essere ridefinito, molti media non hanno un’idea chiara su quale sia il patto alla base della comunicazione. Oggi la libertà d’espressione c’è perché chiunque può esprimere le sue idee su un canale e ottenere un seguito, anche mentendo, ma non c’è cultura del fact checking, è questo il guaio».
Nel suo lavoro ha intervistato spesso criminali. E’ anche autore di «Belve», programma che ha fatto scalpore per la puntata su Roberto Savi. Lei a proposito ha commentato, in risposta a Capolungo, che non dovrebbero esistere argomenti proibiti. Tuttavia è noto come spesso i detenuti comunichino con l’esterno i messaggi fumosi che lanciano grazie alla visibilità mediatica. Pensa che sia stato il caso con Roberto Savi?
«Premesso che l’intervista è di Francesca Fagnani, io con lei ho collaborato ma il testo è suo. Io ho una lunga esperienza giornalistica, ed è vero che è una modalità comune. Meno comune è che questi criminali si alzino una mattina e si rechino a distanza di 30 anni dal magistrato. Piuttosto si rivolgono ai media. Purtroppo non potevamo prevedere dicesse quanto ha detto, d’altronde ciò che un criminale afferma davanti a un microfono non ha lo stesso peso che avrebbe in un’aula giudiziaria».
La sua carriera è focalizzata sulla non fiction: programmi tv e documentari. Il crime è un genere che è apprezzato molto, sia per la non fiction che per la fiction. C’è un confine netto tra le due modalità?
«Il confine tra queste due dimensioni è labile. La realtà in cui viviamo è complessa e per essere narrata richiede linguaggi ibridi. E con tutti i contenuti che vediamo in rete, scindere realtà da finzione sarà sempre più difficile.»
«La verità mediatica spesso è diversa da quella reale, ma ormai tutto è business»
Quest’anno il tema del festival è «Tutta la verità (o almeno quella che ci serve)». Il concetto di verità accomuna tutti i generi trattati dal festival. Il titolo però racchiude implicitamente una domanda: Quali verità non servono?
«Il titolo è volutamente polemico: molte persone si spingono alla ricerca di una verità alternativa, una verità mediatica, che però non sempre combacia con la verità storica, o processuale. Ci sono processi che durano decenni e, per il business della verità che si è creato, è un bene che sia così. Capiamoci se domani si scoprisse la definitiva verità sul caso Garlasco, per molti sarebbe un dramma, salterebbero diversi progetti».
Quali sono gli eventi imperdibili del Mystfest?
«Abbiamo lavorato per renderlo denso di appuntamenti. Oltre alla premiazione del concorso Gran Giallo di Cattolica, di cui non svelo ancora nulla. Poi ci sarà la proiezione del documentario su Giulio Regeni, in presenza degli autori e del regista. Sarà ospite anche Carlo Lucarelli e gli autori televisivi di Gomorra ovvero Maddalena Ravagli e Leonardo Fasoli».
«Amare il giallo è un modo per tentare di esorcizzare la paura della morte»
Secondo lei, a più di 50 anni di distanza, cosa ci spinge ad amare i gialli e i mystery?
«È da più di un secolo che il true crime è in voga perché interpreta lo spirito dei tempi. In tedesco c’è un termine: shadenfreude, è una sensazione di sollievo che proviamo nell’essere dal lato fortunato della barricata, mentre il pericolo sta dal lato opposto. Non siamo contenti, ma rassicurati. Il giallo è questo: è un esercizio per esorcizzare la paura che abbiamo della morte».
A cosa lavorerà prossimamente?
«Ho vari progetti all’attivo. Preferisco non sbilanciarmi: purtroppo le idee volano libere, se si vuole che tornino è meglio non lasciarle circolare troppo. Per adesso mi concentro su questo festival e poi si vedrà».
Giulia Gorella
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