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Economia 10 Luglio 2019

Aerospaziale e packaging eco, l'Università di Bologna punta sulla Curti (che ha inventato l'elicottero con il paracadute)

E” stato firmato in questi giorni un accordo quinquennale tra l’Università di Bologna e la società Curti Costruzioni Meccaniche, nata a Imola e con sede ora a Castel Bolognese, finalizzato a lavorare su progetti e attività di ricerca e consulenza, dottorati di ricerca e industriali, assegni di ricerca, tirocini e tesi di laurea. L”accordo non si riferisce solo all’ambito delle macchine automatiche, ma anche ad altre divisioni di interesse della Curti (packaging con materiali alternativi plastic-free, co-engineering, wire processing, aerospace ed energia), che prevedono il coinvolgimento di diversi dipartimenti dell”ateneo bolognese (Chimica, Ingegneria, Centri interdipartimentali sui Materiali e Aerospaziale, Scienze Statistiche e Matematica, Economia, Fisica).

Il rapporto tra Università di Bologna e Curti Industries è già in essere già da diversi anni e ha permesso di attivare diversi tirocini nell’ambito progettazione e produzione, economico e logistico, ma anche ad assegni di ricerca e progetti di ricerca altamente innovativa commissionata con docenti dell’Alma Mater. Il nuovo accordo dunque ha l”obiettivo di consolidare il rapporto, attraverso nuove forme di collaborazione mirate a realizzare progetti multidisciplinari, con particolare riguardo ai settori aerospace e materiali innovativi per il packaging nell’ambito trasversale dell”economia circolare. 

La storia della Curti è cominciata nel 1955, quando Libero Curti fondò a Imola la Ompi (Officina meccanica di precisione Imola), che realizzava parti e macchine in conto terzi, nei settori tessile ed agricolo. L”azienda crebbe poi rapidamente: nel 1968 nacque il nuovo stabilimento a Castel Bolognese e l’azienda assunse l’attuale denominazione. Oggi la Curti Industries opera attraverso sei divisioni strategiche di business, 12 società partecipate e controllate e il gruppo conta oltre 500 dipendenti. A Castel Bolognese l”azienda produce macchine automatiche e sotto-assiemi complessi per diverse applicazioni industriali. Inoltre, è specializzata nella progettazione e produzione di macchine automatiche (settore alimentare e farmaceutico) e nel settore aerospaziale, dove da oltre trent’anni realizza componenti e gruppi in leghe pregiate per velivoli civili e militari.

Sempre nell’aerospace ha appena completato il progetto di Zefhir, un elicottero biposto interamente progettato e realizzato in Curti. Zefhir è diventato famoso anche per l”invenzione di un paracadute collegato all”elicottero, una dotazione di sicurezza per ora unica nel suo genere. A raccontarlo ieri anche i tg nazionali, Studio Aperto su Italia1 l’ha
defino “una dotazione di sicurezza “per ora unica nel suo genere”.

Il gruppo è leader mondiale nella costruzione di linee automatiche per la lavorazione di cavi elettrici (settore automotive ed elettrodomestici) e, nel campo dell”economia circolare, fornisce soluzioni innovative per la produzione di energia e recupero di materiali, con gassificatori e piro-gassificatori. (r.cr.)

Nella foto la visita di una delegazione del Pd alla Curti: da sinistra il vicepresidente della Curti Nabore Benini, l”amministratore delegato Alessandro Curti, l”ex eurodeputata Isabella De Monte e il senatore Stefano Collina

Aerospaziale e packaging eco, l'Università di Bologna punta sulla Curti (che ha inventato l'elicottero con il paracadute)
Economia 3 Giugno 2019

Bio-on inventa il filtro naturale per le sigarette, che fa bene alla salute e all’ambiente

Un liquido naturale e biodegradabile al 100% che può sostituire la triacetina nei filtri delle sigarette. La notizia arriva da Bio-on. Un’invenzione dei ricercatori dell’azienda specializzata nel settore dei biopolimeri che promette benefici, sia per i fumatori che per l’ambiente, ed è già in produzione nello stabilimento di Gaiana di Castel San Pietro.

In questo modo sarà possibile utilizzare un «filtrante naturale che blocca fino al 60% gli agenti dannosi per il corpo umano senza modificare il gusto della nicotina». Non solo. I filtri delle sigarette sono il prodotto inquinante maggiormente prodotto dall’uomo, sebbene non siano al momento messi al bando come la plastica: ogni anno vengono prodotte e vendute oltre 5,5 trilioni di sigarette tradizionali e 40 miliardi di sigarette di nuova generazione (not burn), ogni giorno ne vengono dispersi nell’ambiente più di 10 miliardi e impiegano anni a decomporsi. Uno dei motivi sono proprio i collanti attualmente utilizzati dall’industria del tabacco nei filtri: la triacetina, ad esempio, non è biodegradabile naturalmente e questo rallenta i progressi disgreganti degli acetati di cellulosa.

«Questa innovazione è destinata a rivoluzionare il settore – dichiara Marco Astorri, presidente e ceo di Bio-on –. Siamo molto orgogliosi del lavoro di squadra che è stato fatto negli ultimi 24 mesi dai nostri ricercatori in Italia, nella Business Unit Cns (Cosmetic, Nanomedicine & Smart Materials), e dagli scienziati dell’Università di Clarkson». La produzione del nuovo liquido polimerico sarà rapidamente ampliata negli stabilimenti dei licenziatari che hanno già raggiunto accordi con Bio-on. Per la prima fase, la società è già pronta a produrre 15.000 tonnellate/anno (2019-20) e, alla luce del forte interesse che sta riscontrando, prevede di triplicare i quantitativi dal 2021. «Questi innovativi filtri sfruttano le caratteristiche chimico-strutturali dei poli-idrossi-alcanoati sviluppati da Bio-on» spiega Mauro, Comes Franchini, Scientific Director Business Unit Cns.  

Bio-on è in contatto da tempo con le più grandi aziende produttrici mondiali di tabacco.  «Una soluzione efficace e sostenibile – aggiunge Astorri – che nasce da idee e tecnologie Made in Italy». Tutti i biomateriali sviluppati da Bio-on sono ottenuti da fonti vegetali rinnovabili senza alcuna competizione con le filiere alimentari; possono garantire le medesime proprietà termo-meccaniche delle plastiche tradizionali col vantaggio di essere completamente ecosostenibili e al 100% biodegradabili in modo naturale.

Nella foto lo stabilimento Bio-on a Gaiana

Bio-on inventa il filtro naturale per le sigarette, che fa bene alla salute e all’ambiente
Economia 21 Maggio 2019

La sperimentazione di C-Led (gruppo Cefla) per far crescere microalghe usando luce a led al posto del sole

Luci a led al posto del sole per far crescere al chiuso microalghe da destinare a usi industriali e alimentari. E’ l’ultimo progetto in ordine di tempo presentato da C-Led, azienda del gruppo Cefla, attiva nella progettazione e produzione di soluzioni di illuminazione a led personalizzate per negozi, aziende, case e città. In questo caso si tratta di uno studio svolto in collaborazione con Fotosintetica & Microbiologica, spin-off nato nel 2004 dall’Università di Firenze, una partnership per affrontare lo studio dell’effetto delle luci a led per favorire la crescita e lo sviluppo delle microalghe all’interno di fotobioreattori: sistemi chiusi e protetti ottimali per la crescita di microrganismi fotosintetici.

Le microalghe sono organismi caratterizzati da una grande diversità fisiologica e metabolica, in grado di sintetizzare molecole organiche complesse ad alto valore biologico. Inoltre, vengono utilizzate come fonte di proteine destinate all’alimentazione umana e animale, come biofertilizzanti, biostimolanti, mangimi per l’acquacoltura e nella depurazione di acque di scarico. Oggi la produzione massiva di microalghe, e di altri organismi fototrofi, che traggono cioè la propria energia metabolica dalla luce solare, è ottenuta quasi esclusivamente in grandi vasche aperte, esposte ai rischi legati alla stabilità della coltura e con limitata produttività per superficie coltivata.

Il sistema allo studio di C-Led e Fotosintetica & Microbiologica prevede che le microalghe siano esposte a una fonte luminosa omogenea, lungo la verticalità della struttura, in ambiente chiuso, contrariamente a quanto avverrebbe con una fonte luminosa posta all’esterno del fotobioreattore, che invece ne coprirebbe solo la superficie. (lo.mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 16 maggio

Nella foto estrazione delle microalghe in laboratorio

La sperimentazione di C-Led (gruppo Cefla) per far crescere microalghe usando luce a led al posto del sole
Economia 17 Aprile 2019

Arriva “Imola City Hub', il progetto da 5,2 milioni di euro che potrebbe lanciare in orbita il primo satellite imolese

Imola potrebbe avere, in un futuro non troppo lontano, il proprio satellite in orbita a 500 chilometri da terra e in grado di monitorare il territorio, transitando sopra la città a cadenza quindicinale o settimanale. Il condizionale è d’obbligo, perché ancora non si conosce l’esito del bando europeo «Urban innovative actions» (Uia) che permetterebbe di finanziare il progetto, del costo di oltre 5 milioni e 200 mila euro, proposto dal Comune nel ruolo di capofila assieme a quattro aziende imolesi che metteranno in rete le loro competenze: Npc-Spacemind (na-nosatelliti per la raccolta dati), SisTer (analisi ed elaborazione dati), Imola Informatica (aggregazione e archiviazione dati), Antreem (interfacce utente per piattaforma web e smartphone).

Per ora si sa che il progetto «Imola city hub» è stato ammesso alla selezione assieme ad altri 174 progetti e che, di questi, ne verranno finanziati 25, con una probabilità di riuscita quindi che si aggira attorno al 14%. Ma l’Amministrazione comunale è ottimista e ha anticipato i dettagli in una conferenza stampa che si è svolta il 2 aprile alla presenza anche della sottosegretaria alle Politiche agricole alimentari e forestali, Alessandra Pesce. Il progetto in questione risponde al tema della «Transizione digitale», riguardante idee sulla digitalizzazione dei servizi delle città europee, finalizzate a sviluppare servizi pubblici digitali, riducendo il peso amministrativo e burocratico sui cittadini. Tradotto per Imola: un sistema che permette, ad esempio, di mettere in contatto gli imolesi con la Pubblica amministrazione, proporre referendum con voto online all’insegna della democrazia diretta, migliorare i servizi digitali esistenti, analizzare la situazione del dissesto idrogeologico, monitorare strade, parcheggi e flussi turistici (tramite l’uso delle celle telefoniche), ottenere dati sulla qualità dell’aria e per l’agricoltura, avviare percorsi di attrattività turistica.

In caso di vincita, il programma della Commissione europea finanzierà l’80% dei costi, mentre la parte restante, circa 1 milione e 200 mila euro, sarà ripartita tra i partner del progetto. Per quanto riguarda il Comune, ha precisato il vicesindaco e assessore allo Sviluppo economico Patrik Cavina, «metteremo a disposizione il personale e uno spazio fisico all’interno del centro storico (al momento non ancora individuato), per supportare l’alfabetizzazione informatica del cittadino e introdurlo ai servizi digitali offerti dal Comune».Un altro obiettivo è riuscire ad aumentare il numero degli imolesi iscritti alla rete regionale Lepida. «Oggi sono 5 mila, ma nei prossimi tre anni puntiamo a coinvolgere 20 mila cittadini» ha puntualizzato Cavina. Il satellite potrebbe essere utilizzato anche da altri Comuni, «ad esempio quelli gemellati con Imola – ha poi proseguito il vicesindaco -. Questa esperienza potrebbe essere portata a livello dei Comuni del ConAmi». (lo.mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» dell”11 aprile 

Nella foto la presentazione del progetto “Imola City Hub”

Arriva “Imola City Hub', il progetto da 5,2 milioni di euro che potrebbe lanciare in orbita il primo satellite imolese
Economia 16 Aprile 2019

Sacmi ha inaugurato Innovation Lab, la struttura di ricerca cofinanziata da un bando regionale

L’assessore alle Attività produttive della Regione Emilia Romagna, Palma Costi, ed il presidente nazionale di Legacoop, Mauro Lusetti, hanno inaugurato martedì 9 aprile, l’Innovation Lab creato da Sacmi nel 2017, struttura di ricerca cofinanziata dal bando regionale sull’attrattività degli investimenti in settori avanzati di Industria 4.0 (Por Fesr 2014-2020) e candidata a diventare nodo della Rete Alta Tecnologia dell’Emilia Romagna. In pratica, un laboratorio dedicato alle attività di ricerca e sviluppo nell’applicazione dell’Internet of things e delle tecnologie abilitanti 4.0.

Tra i compiti dell’Innovation lab, però, non c’è solo l’individuazione di tecnologie abilitanti al servizio di Industria 4.0, ma anche e soprattutto la formazione delle figure professionali necessarie a gestire questo tipo di progetti ed a tradurli in una strategia vincente per il tessuto produttivo. Non è un caso, quindi, se martedì ha preso il via anche Rethinking the future, ciclo di incontri e seminari sui temi della rivoluzione 4.0 nel mondo delle imprese. Sei appuntamenti, all’auditorium 1919 di via Selice Provinciale, per aprire una «finestra sul futuro», secondo la definizione del professor Raffaele Secchi, docente alla Liuc Business School e curatore scientifico della rassegna. Sacmi, cooperativa fondata nel 1919, intende infatti celebrare i suoi cent’anni di storia aziendale all’insegna dell’innovazione, della qualificazione del lavoro, della sinergia con il territorio.

«Sacmi – ha ricordato il presidente Paolo Mongardi – nasce nel 1919 dal coraggio e dalla determinazione di nove persone, accomunate da un ideale: il miglioramento delle condizioni di vita attraverso il lavoro. In questi 100 anni di storia la nostra cooperativa ha raggiunto i vertici della manifattura mondiale grazie alla capacità di uomini straordinari di riconoscere ed anticipare il cambiamento, secondo le peculiari sfide poste da ogni epoca storica e contesto socioeconomico. Fare la nostra parte in questa delicata fase di trasformazione, che pensiamo altrettanto densa di opportunità per le nostre imprese e i nostri territori, è l’obiettivo di questi incontri che proseguiranno per tutto il 2019 per celebrare il centenario». (r.cr.)

L”articolo completo è su «sabato sera» dell”11 aprile

Nella foto l”assessore regionale Palma Costi in visita a Sacmi accompagnata dal presidente Paolo Mongardi

Sacmi ha inaugurato Innovation Lab, la struttura di ricerca cofinanziata da un bando regionale
Economia 26 Marzo 2019

Sacmi è partner del Mit, la più importante realtà universitaria del mondo nella ricerca applicata all'industria

Si chiama Massachusetts Institute of Technology, più semplicemente Mit ed è la principale realtà universitaria del mondo nel campo della ricerca applicata all”industria. Dal 1° marzo Sacmi ne è ufficialmente partner, essendo diventata membro dell”Industrial Liason Program del Mit. Tale collaborazione consentirà alla cooperativa imolese di relazionarsi con le avanguardie tecnologiche sviluppate da scienziati e ricercatori di fama internazionale, con l”obiettivo di «individuare nuove soluzioni di grande impatto per il business e l”opportunità – si legge in una nota dell”azienda – di sviluppare una vera e propria osmosi di competenze tra personale Sacmi e ricercatori del Mit».

L”accordo è stato firmato dal presidente di Sacmi Imola, Paolo Mongardi e dall”executive director Mit corporate relations, Karl F. Koster proprio nell”anno in cui la grande coop imolese festeggia i suoi primi cento anni di storia. «È grazie all’innovazione continua se l’azienda è cresciuta sui mercati internazionali sino a guadagnarsi un ruolo da protagonista tra i player globali dell’impiantistica industriale – sottolinea il presidente Mongardi -. Incrementare ancora la nostra capacità di generare innovazione è l’obiettivo della collaborazione con il Mit, un accordo che il Consiglio di Amministrazione Sacmi ha voluto e perseguito con grande determinazione».

La collaborazione darà modo a Sacmi di accedere alle attività e ai servizi dell”istituto nel campo della ricerca applicata ai diversi settori industriali di interesse, consentendo inoltre al personale imolese di partecipare al regolare programma di conferenze e workshop di ricerca della struttura. Al Mit sarà poi organizzato, una volta all”anno, un incontro mirato alla pianificazione strategica delle attività e, a seguire, una delegazione del Mit guidata dal “program director” e dai membri delle facoltà interessate a sviluppare collaborazioni con Sacmi farà visita all’azienda.

Ma non è finita qui. Il gruppo imolese avrà anche l’opportunità di entrare in contatto con la “startup community” dell’Istituto, vale a dire con oltre 1.600 imprese emergenti e potrà coinvolgere personale dell”istituto americano (studenti e ricercatori) nello sviluppo non solo delle attività di ricerca all’estero, ma anche nella realizzazione di progetti mirati attraverso un periodo di soggiorno e lavoro in Sacmi.  E la formazione permanente del personale, che a Sacmi sta particolarmente a cuore dal momento che vi investe oltre 23mila ore l’anno, potrà completarsi accedendo ai diversi programmi di formazione continua proposti dal Mit. (r.cr.)

Sacmi è partner del Mit, la più importante realtà universitaria del mondo nella ricerca applicata all'industria
Economia 25 Marzo 2019

Il 29 e il 30 marzo torna Imola Programma, l'ideatore Claudio Bergamini: “Dietro alle tecnologie ci sono le persone'

C’è un settore che non conosce crisi. E’ quello dell’informatica, che a Imola vede impegnate decine di aziende in crescita e alla costante ricerca di figure professionali specializzate. Da tre anni a questa parte l’evento “Imola Programma” punta i riflettori proprio su questo interessante segmento dell’economia locale e globale. Ne è ideatore Claudio Bergamini, amministratore delegato della società Imola Informatica, che nel suo quartier generale di via Selice dà lavoro a un centinaio di addetti, numero che sale a 150 se si considerano le società partecipate del gruppo.

Dalla nascita di Imola Programma, tanti sono stati i cambiamenti anche a livello locale, come spiega anche Bergamini: «Quest’anno le scuole superiori in cui si insegna anche l’informatica hanno registrato il doppio di iscritti rispetto a due anni fa. E forse non è un caso se una realtà piccola come Imola negli ultimi anni ha avuto, rispetto al resto d’Italia, il maggior numero di medaglie alle Olimpiadi di informatica Tutte le aziende di informatica che lavorano bene sono in crescita esponenziale. Se le aziende vogliono crescere il mercato dà loro questa possibilità, l’unico freno è proprio la mancanza di persone. Per cui le aziende devono andare a cercarle fuori territorio. A Imola Informatica, ad esempio, il rapporto tra chi è della zona e chi viene da fuori è di 20 a 80. Grazie a questo evento si sono anche aperte collaborazioni interessanti per progetti innovativi di ricerca. E’ il caso di Antreem e Cefla; Npc, Sister e Imola Informatica; Sacmi, Iprel e Imola Informatica».

Quest’anno il titolo dell’evento è «Trasformazione tecnologica e fattore umano».
«Innanzitutto occorre smitizzare le tecnologie, dicendo che non sono ineluttabili, ma che davanti e dietro ci sono sempre persone. Fino a oggi abbiamo voluto mettere in luce a livello territoriale che in campo informatico il fattore umano ricopre un ruolo fondamentale. Industria 4.0, smart cities, intelligenza artificiale, auto senza pilota, prevedono tutti l’uso di software sempre più invasivo. Cercheremo di mostrare come gestire questa trasformazione, quali saranno i probabili impatti e di capire come possiamo aiutare il territorio a metabolizzare bene questi cambiamenti».

«Trasformazione tecnologica e fattore umano nell’impresa» è il tema scelto per la terza edizione di Imola Programma, che quest’anno si terrà il 29 e 30 marzo nella sala stampa dell’autodromo Enzo e Dino Ferrari. L’evento, organizzato da Local Focus, è occasione di incontro con le aziende che producono e/o sfruttano tecnologie avanzate, il cui denominatore comune è l’informatica. Venerdì 29 marzo (ore 8.30-18.30) saranno protagoniste le imprese, con spazi espositivi, tavoli di confronto, presentazioni e testimonianze su temi specifici: ricerca  e  innovazione,  mentalità  digitale,  risorse  economiche,  responsabilità sociale, processi e qualità. Sabato 30 marzo (ore 8.30-13.15) sarà invece dedicato ai percorsi formativi e professionali. Imprese, università, istituti superiori e, per la prima volta, agenzie per il lavoro affronteranno il tema cruciale dell’apprendimento  in  sintonia  con  le  esigenze  delle  aziende,  che  avranno modo di spiegare quali sono le figure da loro più ricercate. (lo.mi.)

Il servizio completo è su «sabato sera» del 21 marzo

Nella foto Claudio Bergamini

Il 29 e il 30 marzo torna Imola Programma, l'ideatore Claudio Bergamini: “Dietro alle tecnologie ci sono le persone'
Economia 5 Marzo 2019

I cento anni di Berardi Bullonerie, l'azienda di Castel Guelfo che oggi ha 12 filiali, 250 addetti e continua a crescere

Berardi Bullonerie compie quest’anno un secolo di vita e di storia. Sono infatti trascorse cento primavere esatte dalla nascita della bottega artigiana affacciata su piazza Maggiore a Bologna, attività che nel tempo si è sviluppata fino ad arrivare al grande gruppo di oggi, specializzato nella distribuzione di viti, bulloni e minuteria metallica per vari settori (automotive, edile, arredamento e oleodinamico), con quartier generale in via San Carlo a Poggio Piccolo, con 109 addetti, numero che però sale a 250 se si considerano anche le 12 filiali in diverse città italiane. Oltre a queste ci sono le società partecipate: Vibolt a Castel Maggiore e Vitman a Lugo, entrate nel gruppo nel 2006, e la bresciana Vibf Fasteners, acquisita al 100% proprio a inizio anno e attiva nella commercializzazione di viti, bulloni, spine, tappi, molle, con un giro d’affari annuo di circa 4 milioni di euro. Un’acquisizione che permette all’azienda guelfese di incrementare il già vasto assortimento di materiali a disposizione del cliente: 150 mila referenze, 45 mila articoli a stock, più di 3 miliardi e mezzo di pezzi consegnati all’anno.

«Non è solo con le acquisizioni che si cresce – spiega il presidente, Giovanni Berardi, pronipote del fondatore Giulio e quarta generazione alla guida dell’azienda di famiglia, con la quinta in arrivo – ma grazie anche alle strategie commerciali che da un secolo determinano la crescita dell’impresa Berardi, l’ampliamento continuo della gamma presente in magazzino, che oggi si arricchisce di nuovi prodotti, funzionali alla trasformazione tecnologica dei processi produttivi (gli elementi standard e i sistemi di fissaggio in plastica), il continuo aggiornamento tecnologico e la qualità dei prodotti, monitorata e certificata, e l’estensione sui mercati esteri, in particolare in Marocco, con la neonata Berardi Maroc, e Croazia».

Nel gennaio del 2003 l’azienda si è trasferita da Bologna a Castel Guelfo, organizzando un magazzino semiautomatizzato in via della Concia. E’ invece del 2017 il nuovo stabilimento realizzato in zona Montecanale, su un’area di 27 mila metri quadri, con un centro direzionale dotato di 1.500 metri quadri di uffici, affiancati da un magazzino di circa 10 mila. Qui prosegue lo sviluppo dei servizi kanban, oggi disponibili anche su app, che consentono ai clienti di essere riforniti solo quando occorre il materiale e di non dover fare magazzino, ottimizzando tempi e costi.Questo e altri sistemi di logistica integrata su misura, diventati fiore all’occhiello di Bullonerie Berardi, sono stati infatti concepiti, spiega l’azienda, «per sostenere le imprese partner con un rifornimento costante di bulloneria, raccorderia, fascette o componenti per l’oleodinamica, con certezza di risparmio di tempo, energie e risorse economiche, perché tutto il necessario è garantito da un solo fornitore».

«A distinguerci e garantire lavoro in questi decenni – conferma Giovanni Berardi – è stata la capacità di fornire supporti di tipo tecnico, commerciale e logistico, aggiornati con soluzioni e tecnologie avanzate». Nel 2018 il fatturato dell’azienda ha superato i 73 milioni di euro (oltre 77 milioni, considerata anche la nuova acquisizione bresciana), confermando il trend di successo del gruppo con una crescita del 10% sul 2017. (lo.mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 28 febbraio

Nella foto lo staff della Berardi Bullonerie in occasione della visita dell”arcivescovo di Bologna, mons. Matteo Maria Zuppi, dello scorso 23 gennaio

I cento anni di Berardi Bullonerie, l'azienda di Castel Guelfo che oggi ha 12 filiali, 250 addetti e continua a crescere
Economia 4 Marzo 2019

Un finanziamento di 400.000 euro dal programma Horizon 2020 per il montascale Sirena della Tgr di Ozzano Emilia

Si chiama Sirena ed è un montascale a ruote che consente di trasportare anche le sedie a rotelle. E’ il progetto con cui l’azienda ozzanese Tgr ha partecipato al programma Horizon 2020, ottenendo un finanziamento a fondo perduto di circa 400 mila euro, che consentirà di coprire circa il 70% dei costi di sviluppo e realizzazione.

Nel 2018 Tgr ha festeggiato i suoi primi 40 anni di attività. L’azienda di via Lombardia, che oggi ha 15 dipendenti, era nata per lanciare sul mercato un ciclomotore elettrico. Il successo sulla stampa non è stato seguito dal successo nelle vendite e la produzione si è poi concentrata sui montascale per il trasporto merci. Le richieste dei clienti hanno in seguito indotto la famiglia Toselli a sviluppare anche prodotti per il trasporto di persone e a specializzarsi negli ausili che permettono ad anziani e disabili di superare le barriere architettoniche. Un business, quest’ultimo, che è arrivato a coprire il 90% del fatturato complessivo, di circa 2 milioni di euro.

«Di solito – ci spiega la titolare Patrizia Toselli, figlia del fondatore – i montascale a ruote hanno la poltrona incorporata. In commercio esistono già prodotti che permettono di trasportare anche una persona sulla propria carrozzina, ma sono difficili da guidare. Il nostro obiettivo era quindi mettere a punto un montascale facile da guidare, più stabile sulle scale, smontabile in modo da poter essere caricato facilmente in auto». Anche per Tgr l’apporto dei fondi europei è stato determinante. «Senza contributi non avremmo potuto affrontare un progetto di questo tipo – sottolinea -. Dieci anni fa, quando c’era più marginalità, potevamo investire molto in ricerca e sviluppo. Ora non più». Fondamentale è stato anche il supporto di una società esterna specializzata in bandi europei. «Abbiamo avviato il percorso nel 2017, superando il primo step al primo tentativo, cosa che ha stupito anche Confindustria Emilia – racconta -. Senza la consulenza di una società specializzata non saremmo riusciti a compilare in maniera corretta i documenti secondo tutti i criteri richiesti dalla Commissione europea. E già così è stato molto complicato» ammette.

La prima tranche di finanziamenti è arrivata lo scorso aprile. La fase di messa a punto del prototipo di Sirena è tuttora in corso. «Al momento – ci aggiorna – stiamo effettuando i test sull’autonomia del montascale. Stiamo anche cercando di migliorare il suo movimento sui pianerottoli. Entro aprile 2020 dovremo essere pronti per il mercato». Mercato che però sta diventando sempre più complesso. «Oggi gli acquisti nel settore sanitario avvengono attraverso gare – spiega Toselli – e purtroppo il risultato dipende solo dal prezzo. Per aziende come la nostra, che realizzano prodotti di qualità ma più cari rispetto ad altri, è penalizzante. Nelle gare, infatti, non viene attribuito alcun punteggio, ad esempio, al grado di sicurezza del prodotto. Questo si traduce per noi in un calo del mercato, che ci porta a puntare di nuovo sui montacarichi per il trasporto merci e ad espandere i rapporti con l’estero». (lo.mi.)

Nella foto Patrizia Toselli, titolare della Tgr, con il montascale Sirena

Un finanziamento di 400.000 euro dal programma Horizon 2020 per il montascale Sirena della Tgr di Ozzano Emilia
Economia 26 Febbraio 2019

Cogne macchine tessili punta sull'innovativo filatoio Fibrespin grazie ai contributi del programma europeo Horizon 2020

Un’idea rimasta nel cassetto per quasi trent’anni. E nuove tecnologie che oggi rendono meno complicato realizzare un progetto in grado di rivoluzionare il mercato. Si tratta di Fibrespin, l’innovativo filatoio che produce bobine di lana o acrilico a una velocità superiore del 52% rispetto alle macchine tradizionali e con un ingombro inferiore del 57%. L’idea in questione è nata all’interno dell’imolese Cogne macchine tessili, la società che nel 2014 ha rilevato il ramo d’azienda della storica Cognetex e che oggi conta una trentina di addetti. Un progetto dal budget di oltre 2 milioni di euro, che senza i contributi del programma europeo di ricerca e innovazione Horizon 2020, pari a oltre 1 milione e 620 mila euro a fondo perduto, non sarebbe stato possibile realizzare.

L’azienda, infatti, è una delle sei aziende aderenti a Confindustria Emilia che hanno superato la seconda fase del cosiddetto Horizon 2020 Sme Instrument, dedicato alle piccole e medie imprese. «Per una azienda piccola come la nostra – ammette con sincerità il presidente, Manlio Nobili – sviluppare un progetto di questo tipo vorrebbe dire andare a fondo». L’iter, che ha già portato all’assegnazione della prima metà dell’importo, è stato lungo e complesso. «Nel 2014 – riassume Nobili – abbiamo partecipato alla prima fase di scrematura. La nostra idea è stata premiata con 50 mila euro. In questo modo abbiamo potuto accedere alla fase seguente, che è stata estremamente selettiva. La percentuale italiana di riuscita è solo del 6-7 per cento». E mostra il corposo plico contenente tutta la documentazione presentata alla Commissione europea. «In questi casi – suggerisce – è consigliabile la consulenza di una agenzia esterna, specializzata proprio nei bandi europei. La somma ottenuta al primo step è stata investita per questo. Nel nostro caso, ad esempio, ci hanno spiegato cosa era necessario migliorare. Ci hanno consigliato, ad esempio, di avviare una partnership con altre aziende e noi abbiamo scelto la faentina Elettronica Gf, che segue la parte elettronica collegata allo sviluppo di Fibrespin. Nell’arco di circa 8 mesi abbiamo ripresentato la domanda 5 volte, così come consentito dal bando, rispondendo a tutte le osservazioni della Commissione europea. E alla fine, nel settembre 2017, la domanda è stata accolta. Per noi è stato un grosso successo. La Commissione europea è molto pignola, ma anche molto seria e corretta. Ci hanno sempre inviato delle risposte molto circostanziate».

Entro l’autunno, così come pre-visto dal programma europeo, l’azienda dovrà presentare due prototipi di Fibrespin, da dare in prova ai propri clienti. Un primo modello, a 24 fusi, è però già stato sottoposto ai primi test nello stabilimento di via Selice. (lo.mi.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 21 febbraio

Cogne macchine tessili punta sull'innovativo filatoio Fibrespin grazie ai contributi del programma europeo Horizon 2020

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