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Cultura e Spettacoli 29 Marzo 2019

Da oggi tre giorni di grande musica con l'innovazione di Cassero Jazz

Fine settimana tutto jazz a Castel San Pietro con la trentaduesima edizione del festival Cassero Jazz che si terrà il 29, 30 e 31 marzo al teatro Cassero. Interamente ospitata nel nutrito e qualificato cartellone del festival regionale «Crossroads – Jazz e altro in Emilia Romagna», la rassegna castellana è promossa  anche quest’anno dall’assessorato alla Cultura, dalla Uisp e dal Combo Jazz Club, e vive grazie al sostegno economico della Uisp castellana. Questa edizione, come dicevamo, si svilupperà in tre serate con la presentazione di tre proposte decisamente interessanti, legate alla migliore scena nazionale e internazionale, che confermano la linea artistica coerentemente portata avanti negli anni da Cassero Jazz. Una linea che ha portato la «piccola» ma significativa manifestazione castellana a guadagnarsi un suo prestigio grazie ad una direzione artistica che ha puntato sulla progettualità, la qualità, la ricerca anche radicale, le contaminazioni senza mai rincorrere il personaggio del momento, il facile consenso.

Ad aprire la manifestazione venerdì 29 sarà un quartetto formato da Riccardo Tesi, Patrick Vaillant, Andrea Piccioni e Gianluigi Trovesi. Si tratta di una sorta di reunion del progetto Etnia Immaginaria che proprio a Cassero Jazz venticinque anni or sono ebbe il suo debutto. Allora era un trio e oggi sarà un quartetto e sarà stimolante vedere l’evoluzione e la contemporaneità di quello che ancora oggi possiamo considerare uno dei più interessanti progetti di etno-jazz realizzati nel nostro Paese. Si tratta di un viaggio in una musica strumentale senza frontiere, innovativa e spregiudicata ma con radici ben salde, che vedrà il celebrato sassofonista e clarinettista Gianluigi Trovesi,  quest’anno gratificato dalla rivista Musica Jazz con il «Top Jazz alla Carriera» , dialogare con Riccardo Tesi, maestro indiscusso a livello internazionale dell’organetto diatonico, con Patrik Vaillant, virtuoso e coinvolgente mandolinista francese, e con il percussionista Andrea Piccioni, grande maestro dei tamburi a cornice.

Sabato 30 le coordinate musicali saranno decisamente diverse con il concerto forse più atteso, quello che avrà come protagonista il trio del chitarrista statunitense Julian Lage. Modello e maestro riconosciuto per schiere di giovani chitarristi jazz sparsi per il mondo nonostante abbia poco più di trent’anni, Lage ha esordito giovanissimo tanto che a dieci anni era il protagonista del documentario Jules at Eight diretto da Mark Becker, e a dodici era già stato invitato ad esibirsi alla cerimonia per i  Grammy Awards. Allievo alla Berklee College of Music di Boston, ha avuto come insegnante il vibrafonista Gary Burton che lo schiera nella propria formazione, e con il quale ha inciso due cd: Generation nel 2004 e Next Generation nel 2005. Da allora la sua carriera non si è più fermata annoverando collaborazioni di prestigio come quelle con personaggi quali Jim Hall, Herbie Hancock, Fred Hersch, Christian McBride, Eric Harland e Larry Grenadier, Bela Fleck e Antonio Sanchez, Charles Lloyd, John Zorn, ed esibendosi nei cartelloni dei maggiori festival e jazz club del mondo. A Castel San Pietro Lage si esibirà in trio con Jorge Roeder al contrabbasso e Eric Doob alla  batteria,  e presenterà il nuovo cd Love Hurts.

Infine domenica 31 la rassegna chiuderà  con il Quartetto «Dark Dry Tears» guidato dal noto bassista italiano Danilo Gallo. Musicista eclettico, aperto, curioso, più volte ascoltato a Cassero Jazz in diversi contesti, Gallo presenterà un suo progetto in piedi già da qualche anno, in cui esprime il suono della sua anima più nascosta: quella che lui ama definire «malinco-punk-retrorock-grunge-melodica» filtrata naturalmente attraverso la musica, usando il linguaggio universale del jazz, riletto e personalizzato. Per questa «avventura  sonora» ha messo insieme un ottimo quartetto che vedrà il magistrale batterista Jim Black, uno dei protagonisti riconosciuti del downtown newyorkese, anche lui già passato in più occasioni dal palco del Cassero, e i sassofonisti  italiani Massimiliano Milesi, già al fianco di Giovanni Falzone e Tino Tracanna, e Francesco Bigoni, coprotagonista nell’esperienza con Gallo del collettivo El Gallo Rojo. Un combo piuttosto singolare con una  front line praticamente doppiata nelle voci che presenterà il suo secondo lavoro discografico che uscirà a breve per l’etichetta Parco della Musica Record di Roma. Massimiliano Milesi ha sostituito Francesco Bearzatti, che inizialmente doveva partecipare al progetto e che ha dovuto rinunciare per ragioni di salute.

Al teatro Cassero in via Matteotti 2 alle ore 21.15. Biglietti: per il 29 e il 31 marzo, 15 euro intero, 13 ridotto; per il 30 marzo, 20 euro intero, 16 ridotto; abbonamento a tre serate 42 euro. Info: 335/6916225, 051/940133 oppure www.crossroads-it.org o www.combojazzclub.com. Biglietteria serale dalle ore 20: tel. 338/2273423.

Nella foto i Dark Dry Tears

Da oggi tre giorni di grande musica con l'innovazione di Cassero Jazz
Economia 26 Marzo 2019

Sacmi è partner del Mit, la più importante realtà universitaria del mondo nella ricerca applicata all'industria

Si chiama Massachusetts Institute of Technology, più semplicemente Mit ed è la principale realtà universitaria del mondo nel campo della ricerca applicata all”industria. Dal 1° marzo Sacmi ne è ufficialmente partner, essendo diventata membro dell”Industrial Liason Program del Mit. Tale collaborazione consentirà alla cooperativa imolese di relazionarsi con le avanguardie tecnologiche sviluppate da scienziati e ricercatori di fama internazionale, con l”obiettivo di «individuare nuove soluzioni di grande impatto per il business e l”opportunità – si legge in una nota dell”azienda – di sviluppare una vera e propria osmosi di competenze tra personale Sacmi e ricercatori del Mit».

L”accordo è stato firmato dal presidente di Sacmi Imola, Paolo Mongardi e dall”executive director Mit corporate relations, Karl F. Koster proprio nell”anno in cui la grande coop imolese festeggia i suoi primi cento anni di storia. «È grazie all’innovazione continua se l’azienda è cresciuta sui mercati internazionali sino a guadagnarsi un ruolo da protagonista tra i player globali dell’impiantistica industriale – sottolinea il presidente Mongardi -. Incrementare ancora la nostra capacità di generare innovazione è l’obiettivo della collaborazione con il Mit, un accordo che il Consiglio di Amministrazione Sacmi ha voluto e perseguito con grande determinazione».

La collaborazione darà modo a Sacmi di accedere alle attività e ai servizi dell”istituto nel campo della ricerca applicata ai diversi settori industriali di interesse, consentendo inoltre al personale imolese di partecipare al regolare programma di conferenze e workshop di ricerca della struttura. Al Mit sarà poi organizzato, una volta all”anno, un incontro mirato alla pianificazione strategica delle attività e, a seguire, una delegazione del Mit guidata dal “program director” e dai membri delle facoltà interessate a sviluppare collaborazioni con Sacmi farà visita all’azienda.

Ma non è finita qui. Il gruppo imolese avrà anche l’opportunità di entrare in contatto con la “startup community” dell’Istituto, vale a dire con oltre 1.600 imprese emergenti e potrà coinvolgere personale dell”istituto americano (studenti e ricercatori) nello sviluppo non solo delle attività di ricerca all’estero, ma anche nella realizzazione di progetti mirati attraverso un periodo di soggiorno e lavoro in Sacmi.  E la formazione permanente del personale, che a Sacmi sta particolarmente a cuore dal momento che vi investe oltre 23mila ore l’anno, potrà completarsi accedendo ai diversi programmi di formazione continua proposti dal Mit. (r.cr.)

Sacmi è partner del Mit, la più importante realtà universitaria del mondo nella ricerca applicata all'industria
Cronaca 26 Febbraio 2019

A marzo in programma una nuova campagna di scavi nell'alveo del Santerno a caccia di fossili e sabbie gialle

Il 2019 è appena iniziato ma già Imola comincia a prepararsi al 2020, anno in cui si celebrerà il bicentenario della nascita di Giuseppe Scarabelli. Quest’uomo eclettico, che in vita è stato geologo, paleontologo e archeologo, ha lasciato alla sua città una preziosa raccolta scientifica, ora conservata nel Museo a lui intitolato all’interno del complesso di San Domenico, in via Sacchi 4. La ricorrenza sarà un’occasione preziosa per riscoprire il suo lavoro alla luce anche di nuove scoperte scientifiche.

Il Comune di Imola, infatti, a novembre ha stanziato 2000 euro per la redazione di una nuova carta geologica delle colline imolesi. L’incarico è stato affidato a Stefano Marabini, che dovrà concentrarsi in particolare sulla formazione delle sabbie gialle. «Scarabelli è stato il primo a esaminarle e studiarle – spiega il geologo -, tanto che oggi si parla di questo tipo di formazione come “sabbie gialle di Imola” anche se è presente e rintracciabile dalla zona del Reno (Bologna) fino a Rimini. L’ipotesi su cui stiamo lavorando – aggiunge – è che le sabbie gialle non siano tutte uguali ma ci siano delle differenze d’età tra i vari strati. Il problema è che, a livello geologico, le differenze di milioni di anni sono visibili abbastanza facilmente, invece differenze di 100 o 200 mila anni sono molto più difficili da cogliere. Stiamo andando in cerca di indizi».

Per tentare di ricostruire questo puzzle sarà fondamentale l’aiuto dei fossili, perché là dove i sedimenti appaiono simili, i resti di animali e piante possono invece raccontare una storia diversa e marcare differenze temporali. «Scarabelli trovò diversi fossili, ora visibili all’interno del Museo imolese, tra l’autodromo e il rio Bergullo ed è probabile che, se la nostra teoria è corretta, vi siano vari livelli anche tra quelle sabbie e i fossili appartengono a periodi diversi – motiva Marabini -. Cominceremo quindi cercando di capire da dove provengono i vari ritrovamenti di Scarabelli, perché le sue carte non sono sempre precisissime, dopodiché faremo una revisione dei siti per capire se i fossili appartengono allo stesso livello, e se hanno, quindi, tutti la stessa età».

L’obiettivo finale è elaborare una cartografia aggiornata e più precisa rispetto al grande lavoro fatto dallo scienziato imolese due secoli or sono. Per portare a termine tutto questo sarà necessario effettuare anche nuovi scavi o meglio delle perforazioni del terreno. Un lavoro oggi più complicato di un paio di secoli fa. Scarabelli, infatti, rinvenne molti resti fossili perché allora era più facile accedere alle sabbie gialle, inoltre la zona intorno alla città era molto coltivata e la lavorazione del terreno faceva spesso riaffiorare dei reperti. «Alcuni affioramenti di sabbie gialle studiate da Scarabelli oggi non sono più visibili – continua Marabini -. Molti affioramenti erano lungo pendii che una volta erano coltivati mentre ora sono stati ricoperti dalla vegetazione. Altri si trovavano lungo l’alveo del fiume Santerno, ma dopo la seconda guerra mondiale vennero ricostruiti i ponti e le briglie e sono stati coperti dall’acqua – dettaglia Marabini -. Per questo in marzo andremo nell’alveo del Santerno, nella zona vicina all’autodromo, dove affioravano le sabbie gialle e faremo una perforazione per esaminare il contenuto fossi-lifero». (re.co.)

Il servizio completo è su «sabato sera» del 21 febbraio   

Nella foto un corridoio del Museo Scarabelli
A marzo in programma una nuova campagna di scavi nell'alveo del Santerno a caccia di fossili e sabbie gialle
Cronaca 26 Febbraio 2019

Quando a Imola c'erano il mare e i mammut senza pelo: le curiosità dei resti fossili del Museo Scarabelli

Imola e gli elefanti. Un connubio che ora sembra incredibile ma che un milione di anni fa, nel Pleistocene, era realtà. Tanto per cominciare le colline erano molto diverse da oggi, la zona dove sorge la città si trovava vicino alla costa del mare e le specie animali che siamo abituati a vedere e conosciamo adesso non esistevano. O meglio, c’erano dei loro lontani parenti: cervi, cinghiali e cavalli, ma erano tutti molto più grandi, così come era possibile veder passeggiare degli elefanti, mammiferi che ora noi colleghiamo più alla savana africana che alla temperata Europa.

Il Comune di Imola nel novembre scorso ha stanziato 1.502 euro proprio per «la revisione dei resti degli elefanti fossili di Imola» conservati nel Museo Scarabelli nel complesso di San Domenico e «per la formulazione di proposte per l’allestimento della nuova sezione del Quaternario», cioè la sala del Museo dedicata a questo periodo geologico in cui sono visibili anche alcuni resti degli elefanti. Il compito è stato affidato al marchigiano Marco Peter Ferretti, professore all’università di Camerino, che da anni si occupa degli elefanti che vivevano nelle nostre zone.

In soccorso alla nostra immaginazione che fatica a pensare ad un elefante «imolese», i paleontologi forniscono indizi più dettagliati. «Il clima e la vegetazione del Pleistocene non erano molto diversi da quelli attuali, però la fauna era assai differente» spiega Ferretti. «Innanzitutto è necessario precisare che parliamo di elefanti per semplicità, ma si tratta di Mammuthus meridionalis, una specie simile al mammut lanoso, quello tipico del nostro immaginario, ma priva di pelo. Erano animali di enormi dimensioni, alti quattro metri, che potevano pesare anche dieci tonnellate».

Se dopo un milione di anni siamo riusciti a ritrovarne i resti è perché le carcasse di questi enormi proboscidati venivano trasportate al mare dai fiumi e lì si depositavano, tra le famose sabbie gialle, non lontano dalla riva, come nell’Imola del Pleistocene, per l’appunto. La maggior parte dei ritrovamenti di mammiferi fossili avvenne a sud della città all’incirca dove ora si trova l’autodromo, perché lì affiorano le sabbie gialle. Non è facile oggi risalire alle località esatte perché i luoghi sono notevolmente cambiati nel corso degli anni e molti nomi sono caduti in disuso. In quella zona comunque, in una località che allora si chiamava Rio Pradella, sono stati ritrovati due molari di Mammuthus meridionalis in mostra ora nella sezione Quaternario del Museo Scarabelli. (re.co.)

L”articolo completo è su «sabato sera» del 21 febbraio

Nella foto uno degli armadi del Museo Scarabelli con i fossili delle sabbie gialle

Quando a Imola c'erano il mare e i mammut senza pelo: le curiosità dei resti fossili del Museo Scarabelli
Economia 28 Gennaio 2019

Piano nazionale Industria 4.0, la Sacmi protagonista del consorzio per l'innovazione Bi-Rex

Sacmi fa parte di Bi-Rex (Big data innovation & Research excellence), il consorzio che raggruppa in un partenariato pubblico-privato 57 attori tra università, centri di ricerca e imprese, primo “competence centre” del piano nazionale Industria 4.0. Cinque le università coinvolte, con capofila Bologna, che ha guidato la presentazione della proposta e la costituzione del centro. Quindi i 2 centri di ricerca nazionali Cnr e Infn, oltre a Istituto ortopedico Rizzoli, Aster, Bologna business school, Cineca, Fondazione Golinelli, che ospiterà il centro nella sua fase di avvio. Sono invece 45 le imprese partecipanti, tra cui i massimi protagonisti della manifattura e dei servizi regionali, con la cooperativa imolese chiamata ad esprimere la presidenza del consorzio.

«Bi-Rex sarà di servizio alle imprese di tutta Italia, garantendo loro formazione, consulenza e orientamento nell’adozione di tecnologie abilitanti sviluppate negli oltre 30 progetti collaborativi di innovazione, ricerca industriale e sviluppo sperimentale focalizzati principalmente su connettività, automazione, manifattura avanzata e big data», sottolinea l’ingegner Domenico Bambi di Sacmi, nella sua veste di presidente del consorzio.

Radicate in Emilia Romagna, le attività di Bi-Rex si estendono infatti all’intero Paese, a partire da connessioni che si svilupperanno con tutti gli altri 7 competence centre nazionali, oltre a quelli europei. Duplice la funzione del consorzio: agire come struttura di servizio alle imprese, garantendo formazione, consulenza e orientamento nell’adozione di nuove tecnologie abilitanti; secondo, condividere e mettere a sistema le “best practices” sviluppate dai protagonisti, tra cui Sacmi (che ha chiuso il 2018 con ulteriori investimenti in risorse, competenze e strutture, su tutte, Sacmi innovation lab 4.0).Prossimi step, dopo la costituzione ufficiale di Bi-Rex, la finalizza-zione della richiesta di finanziamento al ministero dello Sviluppo economico (9,2 milioni di euro, che si aggiungono agli oltre 15 milioni di investimenti da parte dei partner privati).

La Regione Emilia Romagna metterà a disposizione del consorzio ulteriori spazi presso il tecnopolo di Bologna, frutto della riqualificazione dell’ex area manifattura tabacchi, consentendo a Bi-Rex di entrare in sinergia con il data centre del centro meteo europeo e i centri di supercalcolo e big data di Cineca e Infn. Il competence centre Bi-Rex realizzerà un articolato programma di attività finalizzato alla realizzazione, da parte delle imprese fruitrici, di nuovi prodotti e processi (o al miglioramento di quelli esistenti) tramite lo sviluppo e l’adozione di tecnologie avanza-te in ambito Industria 4.0.

«In questo modello – spiega ancora Bambi – anche le piccole-medie imprese hanno la possibilità di essere protagoniste, attingendo a tecnologia, ricerca, competenze messe a disposizione dalle università, dai centri di ricerca e dai grandi player, valorizzando le loro caratteristiche di flessibilità e artigianalità attraverso modelli produttivi più vicini alle richieste dei nuovi mercati».

Piano nazionale Industria 4.0, la Sacmi protagonista del consorzio per l'innovazione Bi-Rex
Economia 10 Dicembre 2018

Crescono in Emilia Romagna le offerte di lavoro, oltre 10.500 sono state quelle online nel mese di ottobre

Le figure professionali più richieste in Emilia Romagna sono gli assistenti alle vendite, seguiti da addetti alla logistica e alla gestione delle merci. E’ quanto emerge dall’Osservatorio professioni di InfoJobs, la prima piattaforma in Italia per la ricerca di lavoro online con oltre 4 milioni di utenti registrati.

Il primo dato da sottolineare è che nella nostra regione le offerte di lavoro crescono e nel solo mese di ottobre sono state oltre 10.500 solo quelle sul web. E le due tipologie di professioni sopra menzionate sono ai primi due posti per quanto riguarda le richieste delle aziende, in vantaggio su agenti commerciali, saldatori esperti per il settore manifatturiero di qualità e personale d’ufficio. 

Proseguendo nel tracciare l’identikit dei lavoratori più ricercati, si scoprono le attitudine e conoscenze più gradite da chi offre impiego capacità relazionali (con clienti e colleghi) e conoscenza dell’inglese (e possibilmente del cinese) per gli assistenti alle vendite, capacità di gestione e di relazione, oltre al solito inglese, per gli agenti commerciali, mentre chi andrà ad occuparsi di logistica deve saper condurre un carrello elevatore e saper lavorare in team. Scontato, per chi vuole trovare occupazione in un ufficio, sapere usare il computer, conoscere la contabilità e, nemmeno a dirlo, parlare in inglese. Non è invece un problema la mancanza di esperienza: la media di esperienza richiesta è da zero a due anni. 

Ogni città capoluogo di provincia, infine, ha le sue peculiarità quanto a ricerca di personale. A Bologna, in particolare, gli addetti alla logistica sono le figure più richieste, mentre a Ravenna, Modena e Forlì-Cesena prevalgono gli assistenti alle vendite.

Crescono in Emilia Romagna le offerte di lavoro, oltre 10.500 sono state quelle online nel mese di ottobre
Cronaca 22 Ottobre 2018

Uno studio dell'Istituto Ramazzini sui ratti conferma il legame tra le onde elettromagnetiche e l'aumento dei tumori

L’istituto Ramazzini ha da poco concluso uno studio sugli effetti delle onde prodotte da ripetitori e trasmettitori di telefonia mobile. I risultati sono stati esposti venerdì 28 settembre a San Lazzaro in una conferenza promossa da centro sociale Malpensa, Legambiente e associazione San Lazzaro in transizione. L’esito del lavoro, anticipato nei mesi scorsi, è diventato di attualità in quanto si è appena conclusa l’asta delle radiofrequenze che porterà nelle casse dello Stato la cifra record di oltre 6,55 miliardi di euro, sborsati dalle principali società di telefonia.

Lo studio del Ramazzini esamina gli effetti delle frequenze su cui viaggiano le conversazioni e i messaggi dei nostri cellulari, wifi incluso, in particolare la nuova tecnologia 5G. «Tra i nostri obiettivi c’è la divulgazione dei numeri e delle buone pratiche per proteggere la nostra salute – spiega Andrea Vornoli, ricercatore del Ramazzini, 32 anni, che ha lavorato sia in Italia che negli Stati Uniti –. In attesa che «la Iarc (agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, ndr) riveda le sue posizioni sui danni causati dall’esposizione ai campi elettro-magnetici».

L’esito dello studio riapre un controverso dibattito sulla salute pubblica: i cellulari possono generare il cancro? «Sui topi i dati lasciano pochi dubbi» affermano i ricercatori del Ramazzini. Due gli studi che li hanno convinti. Il primo, svolto negli Stati Uniti dal National Toxicology Program (Ntp), il secondo, a suffragio dei risultati americani, eseguito in Italia dal Ramazzini, che a Bologna ha tre sedi: il poliambulatorio di via Libia, il centro clinico di prevenzione oncologica di Ozzano, che tra le altre cose offre visite di prevenzione oncologiche gratuite per gli over 65, e un centro di ricerca presso il castello di Bentivoglio.

Il succo della ricerca si trova nei risultati dei due studi, americano e italiano. Sebbene le cavie statunitensi sono state esposte a radiofrequenze mille volte superiori a quelle della prova svolta dal Ramazzini, «i ratti si ammalano, nei due continenti, dello stesso tumore».

Nello studio italiano circa 2.500 ratti sprague-dawley, quelli più usati negli studi clinici, sono stati esposti a radiazioni gsm con una frequenza di 1.8 gigahertz (Ghz), ossia quella delle antenne per la telefonia mobile. L’esposizione è stata di 19 ore al giorno per tutta la loro vita, dalla gravidanza delle madri fino alla loro morte, con dosi identiche a quelle cui siamo esposti noi quotidianamente. L’indagine italiana ha valutato l’impatto generale delle radiazioni ambientali, mentre gli americani hanno verificato gli effetti di quelle emesse dai cellulari posizionati a poca distanza da specifici tessuti.

Entrambe le ricerche hanno osservato nei ratti maschi un aumento nell’incidenza dell’1,4% di rari schwannomi maligni, tumori che colpiscono le cellule nervose cardiache, mentre nelle femmine quello di gliomi maligni al cervello. In entrambi i sessi è stata osservata anche l’iperplasia delle cellule di Schwann, che sono nel sistema nervoso periferico. Un caso, dunque, che due studi sui ratti sottoposti a onde elettromagnetiche abbiano generato gli stessi risultati? I ricercatori sono convinti di no. «Sulla base dei risultati comuni – ha spiegato Vornoli– riteniamo che la Iarc debba rivedere la classificazione di radiofrequenze, da “possibili” cancerogeni, come definite finora, a “probabili”». (ti. fu.)

L’articolo completo è su «sabato sera» del 18 ottobre

Uno studio dell'Istituto Ramazzini sui ratti conferma il legame tra le onde elettromagnetiche e l'aumento dei tumori
Cultura e Spettacoli 8 Maggio 2018

Gli alunni delle «Orsini» di Imola presentano una ricerca sui migranti dal 1880 al 1950

In occasione della 17ª settimana della didattica in archivio Quante storie nella storia, si terrà l’incontro Storie di migranti, 1880-1950 a cura degli alunni dell’Istituto comprensivo 7, in cui saranno presentati alla città documenti e cante romagnole che raccontano vite e vicende di imolesi in viaggio tra Otto e Novecento e di bambini profughi accolti a Imola nel secondo dopoguerra.

Le migrazioni sono un tema di grande attualità che per molteplici aspetti richiama la prima grande migrazione di massa avvenuta dall’Europa tra il 1880 e il 1914, quando ben quaranta milioni di persone (un terzo della forza lavoro) emigrarono verso le Americhe in maniera temporanea o de? nitiva. Gli italiani e anche gli imolesi si misero in viaggio alla ricerca di migliori condizioni di vita. Nel secondo dopoguerra invece Imola è terra di accoglienza per numerosi bambini profughi provenienti dal territorio campano (1946) e dalle terre alluvionate del Polesine (1951).

L’incontro è la prima presentazione del lavoro svolto dagli studenti nell’ambito del progetto  Dalla valigia allo zainetto: migranti di ieri e di oggi,  nato dalla collaborazione tra l’Istituto comprensivo 7 di Imola e il Servizio biblioteche, archivi e musei del Comune di Imola, in particolare l’Archivio storico e i Musei civici.

Appuntamento domani alle ore 17, biblioteca comunale, via Emila 80. 

r.c.

Nella foto: la locandina di «Quante storie nella storia»

Gli alunni delle «Orsini» di Imola presentano una ricerca sui migranti dal 1880 al 1950

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